Ognuno di noi ha un motivo diverso per lavorare da remoto. Alcuni lo hanno scelto. Altri ci sono finiti per caso. Ma c'è una cosa che ci accomuna tutti, e nessuno ne parla abbastanza.
Pensa a quanti remote worker conosci. Quanti di loro hanno la stessa storia? Probabilmente nessuno. C'è chi lavora da remoto per girare il mondo, chi per stare vicino ai genitori che invecchiano, chi semplicemente perché non sopporta più il traffico della tangenziale alle 8 di mattina. E tutti, a modo loro, hanno ragione.
I mille perché
Ho iniziato a lavorare da remoto per un motivo molto personale: volevo tornare a casa. Ho vissuto ad Amsterdam, ho lavorato a Milano. Per anni mi sono convinto che nel tech e nel SaaS non c'era alternativa — la tua carriera stava nelle grandi città, punto. Se volevi crescere, dovevi stare lì.
Poi ho capito che non era vero. O meglio: non era più vero. Il remote ha cambiato le regole. E io ho fatto la valigia e sono tornato in Emilia, a Correggio — un posto dove la gente fa il parmigiano, non le startup. Ed è stata la scelta migliore della mia vita.
Ma la mia storia è solo una delle tante. Da quando ho iniziato a parlare di remote work, ho incontrato decine di persone con percorsi completamente diversi dal mio. Ognuno con il suo perché.
Chi viaggia
Lavora da Lisbona, da Bali, dal Messico. Ogni mese una città diversa. Il remote è il biglietto per una vita in movimento.
Chi torna dalla famiglia
Aveva la vita a Milano, ma i genitori stanno al sud. Il remote gli ha permesso di tornare senza rinunciare allo stipendio.
Chi sceglie la provincia
Non vuole pagare 1.200€ per un bilocale a Milano. Vuole il giardino, il silenzio, il costo della vita umano. Lavora per un'azienda di Berlino dal soggiorno di casa.
Chi è stufo del traffico
Due ore al giorno in macchina. Dieci ore a settimana. Venti giorni all'anno. Passati a fissare il paraurti davanti. Mai più.
Chi lavora per il mondo
Il suo team è tra San Francisco, Londra e Singapore. L'ufficio non esiste — non è mai esistito. Il remote non è una scelta, è l'unica opzione.
Chi cerca equilibrio
Vuole fare la lavatrice alle 11, andare a correre alle 15, e lavorare la sera se serve. Il remote è libertà di organizzare la vita come vuole.
Sei motivi diversi. Sei vite diverse. Sei persone che se le metti in una stanza probabilmente non avrebbero nient'altro in comune — tranne una cosa.
Il problema che nessuno dice
Ecco la cosa che nessuno ti racconta quando firmi il contratto full remote. Nessuno ti dice che il terzo giorno di fila senza parlare con qualcuno dal vivo, inizi a sentirti strano. Nessuno ti avverte che la pausa pranzo da solo, col telefono in mano, dopo un po' diventa triste. Nessuno ti prepara al fatto che il venerdì sera, quando chiudi il portatile, a volte non sai con chi uscire — perché i tuoi ex colleghi sono a 500 km e i tuoi amici del liceo hanno orari da ufficio.
Il remote work ti dà la libertà. Ma ti toglie una cosa che davamo per scontata: il contatto umano quotidiano. Quello casuale. Il caffè con il collega. La chiacchierata in corridoio. Il pranzo dove qualcuno ti racconta del weekend. Roba piccola. Roba che non sapevi di avere bisogno finché non l'hai persa.
Non è che il remote work sia sbagliato. È che è incompleto. Ti dà tutto tranne le persone.
E il bello è che questo problema ce l'hanno tutti. Il nomade digitale a Bali che ha migliaia di follower ma nessun amico nella sua città. La mamma che lavora da casa e non ha un adulto con cui parlare fino alle 18. Il developer che vive in un paesino di montagna e la sua unica interazione sociale è la cassiera del supermercato. Io, che sono tornato a Correggio e mi sono reso conto che conoscere il territorio non vuol dire avere una community.
Il coworking non basta
A questo punto qualcuno pensa: "vai in un coworking". Ok, ci sono stato. Un coworking ti dà una scrivania, una connessione Wi-Fi, e la possibilità di annuire quando qualcuno ti saluta al distributore dell'acqua. Non è male. Ma non è abbastanza.
Un coworking non ti dà le persone con cui vuoi cenare il sabato sera. Non ti dà qualcuno che capisce cosa vuol dire avere una call con gli americani alle 21. Non ti dà la sensazione di appartenere a qualcosa.
Quello che ci manca non è uno spazio. È una cerchia. Un gruppo di persone che vivono come noi, che capiscono le nostre giornate, che condividono le nostre sfide. Persone con cui il rapporto non finisce quando chiudi il portatile.
Cosa ci accomuna davvero
Torniamo a quei sei profili di prima. Il nomade, la mamma, il provincial, il pendolare stufo, il globale, l'equilibrista. Vite diversissime. Ma se li metti intorno a un tavolo — magari in un agriturismo sulle colline emiliane, con un piatto di tortelli davanti — scopri che parlano la stessa lingua.
Parlano della difficoltà di spiegare ai parenti che "sì, lavoro davvero anche se sono a casa". Della fatica di separare la vita dal lavoro quando il tuo ufficio è il tuo soggiorno. Del senso di colpa quando fai una passeggiata alle 14 anche se hai finito tutto. Dell'ansia di essere sempre online per dimostrare che stai lavorando. Della solitudine.
Soprattutto della solitudine.
Il remote work ci ha dato la libertà. Ma ci ha tolto la tribù. Quel gruppo di persone con cui condividi non solo il lavoro, ma la vita intorno al lavoro. Le pause, i pranzi, le sere, i weekend.
E nessuna app, nessuna community su Slack, nessun coworking risolve davvero questo problema. Perché le connessioni vere si costruiscono dal vivo. Mangiando insieme. Camminando insieme. Vivendo insieme — anche solo per una settimana.
Perché ho creato RemWork
RemWork nasce da qui. Da questa sensazione che conosco bene — perché la vivo ogni giorno. La libertà del remote è fantastica. Ma senza una community di persone come te, rimane incompleta.
L'idea è semplice: riunire remote worker in esperienze settimanali dove si lavora davvero al mattino e si vive il territorio al pomeriggio. Non un retreat dove mediti sotto un albero. Non una vacanza dove fingi di lavorare. Una settimana vera, con persone vere, in posti incredibili.
La prima edizione partirà dall'Emilia — perché è casa mia, perché la Food Valley è il posto migliore del mondo per mangiare insieme, e perché mangiare insieme è il modo più antico per costruire legami.
Ma prima delle esperienze, viene la community. Perché non ha senso organizzare una settimana se prima non ci conosciamo. Se non abbiamo un posto dove parlare, condividere, capire che non siamo gli unici a sentirci così.
Se ti sei riconosciuto in qualcuna di queste parole — nel nomade, nella mamma, nel provincial, nel pendolare, nel globale, nell'equilibrista, o in qualcosa di completamente diverso — allora RemWork è anche per te.
Non importa qual è il tuo motivo per lavorare da remoto. Importa che hai voglia di non farlo da solo.
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