Parliamoci chiaro. Il lavoro da remoto è una conquista enorme. Nessuno di noi vuole tornare in ufficio cinque giorni a settimana. Ma c'è un lato della medaglia di cui non si parla abbastanza — e i numeri sono più preoccupanti di quanto pensi.
Ho fatto un po' di ricerca. Volevo capire se quello che sentivo — la solitudine, la fatica, la sensazione di essere sempre "acceso" — fosse solo un problema mio o qualcosa di più grande. I dati mi hanno dato una risposta molto chiara.
I numeri parlano
Solitudine significativa
Un remote worker su quattro riporta livelli di solitudine significativi — il doppio rispetto a chi lavora in ufficio.
Burnout da remote
Quasi 7 su 10 sperimentano burnout lavorando da casa. La causa principale? L'incapacità di "staccare" quando l'ufficio è il tuo soggiorno.
Lavorano di più, non di meno
Quasi la metà dei remote worker lavora più ore di quando andava in ufficio. "Nessuno mi vede, devo dimostrare che lavoro." Suona familiare?
Ansia da iperconnessione
4 remote worker su 10 sentono l'obbligo di essere "sempre online" per dimostrare la propria produttività. Il pallino verde su Slack diventa un'ossessione.
Difficoltà a fare carriera
Chi lavora da remoto percepisce meno opportunità di crescita. "Lontano dagli occhi, lontano dal cuore" — e dalla promozione.
Non sono numeri da prendere alla leggera. Dietro ogni percentuale ci sono milioni di persone — persone come me e te — che vivono queste cose ogni giorno senza rendersene conto.
I danni invisibili
Il problema del remote work è che i danni non si vedono. Non hai una ferita, non hai una malattia diagnosticata, non hai niente di "visibile" di cui lamentarti. Anzi, se dici che stai male la gente ti guarda strano — perché tu sei quello fortunato che lavora da casa.
Ma i danni ci sono. E sono subdoli perché si accumulano lentamente, giorno dopo giorno, finché un giorno ti svegli e ti rendi conto che qualcosa si è rotto.
Erosione sociale
Le tue competenze sociali si atrofizzano. Meno interazioni hai, meno ne cerchi. Meno ne cerchi, più ti isoli. È un circolo vizioso.
Burnout silenzioso
Non è il burnout esplosivo. È una stanchezza cronica che non passa nemmeno nel weekend. Sei sempre un po' stanco, sempre un po' svogliato.
Perdita di identità
Quando il lavoro e la vita si fondono nello stesso spazio, smetti di sapere chi sei fuori dal lavoro. Sei il tuo job title — e basta.
Routine tossica
Stesse mura, stessa scrivania, stessa pausa, stesso niente. La routine che ti sembrava "efficiente" diventa una prigione morbida.
Creatività spenta
Le idee nascono dagli stimoli. Se non hai stimoli nuovi — persone, luoghi, conversazioni — le idee smettono di venire. E non te ne accorgi.
Comunicazione ridotta
Parli solo in call. Scrivi solo su Slack. Le sfumature si perdono, i rapporti si raffreddano, i malintesi si moltiplicano.
Il punto è che nessuno di questi danni è catastrofico preso singolarmente. Ma tutti insieme, giorno dopo giorno, mese dopo mese, cambiano chi sei. Diventi una versione più stanca, più isolata, più spenta di te stesso. E la cosa più pericolosa è che ti ci abitui.
Il danno peggiore del remote work non è la solitudine. È abituarti alla solitudine e pensare che sia normale.
Siamo onesti: una settimana non cambia tutto
Ecco, a questo punto potrei dirti che RemWork risolve tutti questi problemi. Che basta una settimana e torni nuovo. Sarebbe un bel copy per il marketing. Ma non sarebbe vero.
La verità è questa:
Una settimana non cambia la tua routine. Non ti cura dal burnout. Non risolve la solitudine cronica. Non trasforma magicamente la tua vita da remoto.
Ma può fare qualcosa di altrettanto importante: aprirti la mente.
E non lo dico in senso filosofico. Lo dico in modo molto pratico. Una settimana con persone come te, in un posto diverso, con stimoli nuovi, può farti vedere il tuo lavoro — e la tua vita — da un'angolazione completamente diversa.
Quello che una settimana può fare davvero
Farti capire che non sei solo. Che le cose che senti le sentono anche gli altri. Che la solitudine non è un tuo difetto — è un effetto collaterale di come lavoriamo. Solo capirlo cambia la prospettiva.
Rompere il pilota automatico. Sei in modalità routine da mesi? Una settimana in un contesto nuovo ti costringe a resettare. Nuovi orari, nuovi spazi, nuove facce. Il cervello si risveglia.
Darti connessioni che durano. Le persone che incontri in una settimana RemWork non spariscono il lunedì dopo. Diventano la tua cerchia — quella che ti mancava. Persone da chiamare, con cui fare una call, con cui magari ripartire.
Piantare un seme. Magari torni a casa e per un po' tutto torna come prima. Ma quel seme — la consapevolezza che si può lavorare diversamente, vivere diversamente — cresce. E un giorno germoglia.
Riaccendere la motivazione. Non perché qualcuno ti fa un discorso motivazionale. Ma perché tornare alla routine dopo una settimana piena di stimoli ti fa vedere le stesse cose con occhi diversi. Anche la biweekly noiosa.
Non è una cura. È un primo passo. Ma il primo passo è sempre il più difficile — e noi lo rendiamo il più facile possibile.
Da qui nasce RemWork
Ho letto questi dati. Ho vissuto questi danni sulla mia pelle. E mi sono detto: non posso risolvere il problema del remote work per tutti. Ma posso creare uno spazio dove chi ci vive dentro può fermarsi, respirare, incontrare persone come lui, e vedere le cose da un'altra prospettiva.
RemWork non è la soluzione a tutto. È un'esperienza che ti ricorda che lavorare da remoto può essere bellissimo — se non lo fai da solo. È una settimana che ti apre la mente, ti dà stimoli nuovi, ti fa incontrare le persone giuste. E poi torni a casa. Ma torni diverso.
Non diverso in modo drammatico. Diverso in modo sottile. Con qualche contatto in più nel telefono. Con un po' più di consapevolezza. Con la sensazione che forse, forse, la routine non deve per forza essere così.
Non promettiamo di cambiarti la vita. Promettiamo di farti vedere che può essere diversa.
E a volte, è tutto quello che serve.
Il primo passo è il più facile.
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