Ho un ufficio a Milano. Ce l'ho davvero — una scrivania, un badge, dei colleghi. Potrei andarci tutti i giorni. Ma non lo faccio, perché da Correggio sono ore di viaggio. Ci vado ogni tanto, quando serve. Il resto del tempo, lavoro da casa.

Questo mi rende un privilegiato, lo so. Ho il meglio dei due mondi: la libertà del remoto e la possibilità di andare in ufficio quando ne ho bisogno. Eppure — e questa è la parte che non mi aspettavo — mi sento solo lo stesso.

Il paradosso di avere tutto

Quando racconti a qualcuno che lavori da remoto e ti senti isolato, la reazione è quasi sempre la stessa. "Ma dai, sei libero!" Oppure: "Almeno non sei nel traffico." O ancora: "Io darei qualsiasi cosa per lavorare da casa."

Hanno ragione. Su tutto. Il remote work è una conquista enorme. Non devo svegliarmi alle 6 per prendere un treno. Non devo sorbirmi riunioni inutili in una sala grigia. Posso pranzare a casa mia, portare fuori il cane a metà pomeriggio, lavorare in silenzio quando ne ho bisogno.

Ma c'è un prezzo che nessuno mette nel conto. E quel prezzo è la solitudine.

Non la solitudine drammatica. Non quella dei film. È una solitudine sottile, quotidiana, che si accumula. È il lunedì mattina in cui apri il portatile e non hai nessuno con cui dire "com'è andato il weekend". È il mercoledì pomeriggio in cui hai un'idea e non c'è nessuno nella stanza a cui raccontarla. È il venerdì sera in cui chiudi tutto e pensi: con chi esco stasera?

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Conversazioni che non funzionano

Sai qual è la cosa più difficile? Non è stare da solo. È non avere nessuno che capisca davvero quello che vivi. Perché il remote work è un mondo a parte — e chi non lo vive, non lo capisce fino in fondo.

Prova a raccontare a un amico che va in ufficio ogni giorno che ti senti solo lavorando da casa. Questa è più o meno la conversazione:

Tu
Sai, oggi non ho parlato con nessuno. Tipo, proprio nessuno. Otto ore di lavoro in silenzio totale.
Amico in ufficio
Beato te! Io ho avuto 4 meeting e il capo mi ha fermato in corridoio per mezz'ora. Darei qualsiasi cosa per il tuo silenzio.
Tu
Sì ma... non è proprio così bello come sembra.
Amico in ufficio
Dai su, hai il divano, il frigo a due metri, niente traffico. Non lamentarti 😄

Fine della conversazione. Non per cattiveria — il tuo amico non è una brutta persona. Semplicemente vive in un mondo diverso. Le sue difficoltà sono reali: il traffico, i meeting infiniti, il capo che lo insegue. Ma sono difficoltà diverse dalle tue. E le tue, per lui, non sembrano nemmeno difficoltà. Sembrano lussi.

Quindi smetti di parlarne. Tieni tutto dentro. E la solitudine cresce.

Il problema non è stare da solo. È non trovare nessuno che parli la tua stessa lingua.

La lingua dei remote worker

C'è una lingua che solo chi lavora da remoto conosce. È fatta di cose piccole, quotidiane, che chi va in ufficio non può capire.

Il senso di colpa quando fai una passeggiata alle 15 — anche se hai già finito tutto quello che dovevi fare.

L'ansia di essere online per dimostrare che stai lavorando, anche quando il tuo lavoro non richiede di essere online.

La fatica di separare la vita dal lavoro quando la scrivania è a due metri dal letto.

La pausa pranzo da solo — col telefono in mano, a scrollare, in un silenzio che non hai scelto.

Le call senza fine — l'unico contatto umano della giornata, ma così stancanti che alla fine le odi.

Il "ma tu lavori?" dei parenti che non hanno ancora capito che sì, anche da casa si lavora davvero.

Se hai letto queste cose e hai annuito almeno tre volte, benvenuto. Parliamo la stessa lingua.

E se ti guardi intorno — nella tua città, tra i tuoi amici, nella tua vita — quante persone conosci che la parlano? Probabilmente poche. Forse nessuna.

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Trovare i tuoi simili

Io per primo ci ho messo tempo a capirlo. Lavoravo da casa, facevo le mie cose, ogni tanto andavo in ufficio a Milano. Pensavo che bastasse. Che quei giorni in presenza fossero sufficienti a riempire il vuoto.

Non lo erano. Perché andare in ufficio ogni tanto non è come avere una cerchia. Non è come avere persone che capiscono il tuo quotidiano — non solo il martedì in cui ti presenti in sede, ma anche il mercoledì in pigiama, il giovedì della call dalle 21 con gli americani, il venerdì del silenzio.

Quello che mi mancava non era un ufficio. Era una community. Un gruppo di persone come me — che lavorano da remoto, che vivono le stesse cose, che possono guardarsi negli occhi e dire "sì, lo so, è così anche per me".

Non su Slack. Non su LinkedIn. Non in una chat di gruppo che dopo due settimane muore. Dal vivo. A un tavolo. Mangiando insieme, camminando insieme, lavorando fianco a fianco — anche solo per qualche giorno.

Chi trova un RemWorker trova un tesoro. Perché trovare qualcuno che parla la tua lingua è raro. E quando lo trovi, non te lo fai scappare.

Perché RemWork

RemWork nasce esattamente da qui. Non dall'idea di creare un prodotto, un business, una startup. Nasce da un bisogno personale: trovare le mie persone.

L'idea è costruire una community di remote worker italiani che parla la stessa lingua. Che condivide le stesse sfide senza doverle spiegare. Che si incontra dal vivo — nelle esperienze che organizziamo, dove si lavora al mattino e si vive il territorio al pomeriggio. Ma anche online, nella newsletter, nel gruppo, nelle conversazioni.

Non è un coworking. Non è un retreat. Non è un altro gruppo LinkedIn dove tutti si complimentano e nessuno dice la verità. È un posto dove puoi dire "oggi non ho parlato con nessuno e mi sento di merda" e qualcuno ti risponde "anche io, ti va un caffè in video?".

Se lavori da remoto, sei un RemWorker. Non importa se lavori da Bali o dal tavolo della cucina. Se sei freelance o dipendente. Se ami il remote work o lo sopporti. Se ti senti solo o se stai benissimo ma ti manca qualcosa che non sai definire.

Quello che conta è che esisti, che la tua esperienza è reale, e che da qualche parte c'è qualcuno che vive le stesse cose. RemWork è il posto dove vi trovate.

Perché chi trova un RemWorker trova un tesoro. E di tesori, là fuori, ce ne sono milioni. Basta sapere dove cercare.

Parliamo la stessa lingua?
Allora entra.

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