Apri Instagram. Cerca "remote work". Cosa trovi? Un ragazzo con il laptop su un'amaca a Bali. Una ragazza che lavora da un caffè a Lisbona con l'oceano sullo sfondo. Qualcuno su una spiaggia in Messico con un Aperol in mano e Slack aperto.

Bello. Ma non siamo tutti così. Anzi, la maggior parte di noi non è per niente così.

Il mito del nomade digitale

C'è un racconto dominante intorno al lavoro da remoto: il remote worker è un avventuriero. Uno che ha mollato tutto, ha comprato un biglietto di sola andata, e adesso lavora girando il mondo con uno zaino e un portatile. Vive di poco, vede tanto, è libero come il vento.

È un racconto affascinante. Ed è vero — per alcuni. Ma per la stragrande maggioranza dei remote worker, la realtà è molto diversa.

Il mito

Lavori da una spiaggia diversa ogni mese. Zaino in spalla, nessun legame, il mondo è il tuo ufficio.

La realtà

Lavori dal tavolo della cucina. In pigiama fino alle 10. Con il cane che abbaia durante le call e il corriere che suona al momento peggiore.

La realtà è che la maggior parte di noi lavora da remoto senza viaggiare. Lavora da casa, dalla stessa città, dalla stessa scrivania. Non per mancanza di spirito d'avventura — ma perché la vita è fatta anche di altro.

I motivi di chi resta

Ho parlato con decine di remote worker negli ultimi mesi. Sai cosa mi ha colpito? Quasi nessuno lavora da remoto per viaggiare. I motivi veri sono molto più normali — e molto più importanti.

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Per non restare intrappolato nel traffico

Due ore al giorno in tangenziale. Milleduecento ore nella vita buttate a fissare un semaforo. Il remote ti restituisce tempo — il bene più prezioso che hai.

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Per vivere dove vuole, non dove deve

Non tutti vogliono vivere a Milano pagando 1.400€ per 40 mq. Qualcuno preferisce il giardino, il silenzio, la pianura, la montagna. Il remote glielo permette.

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Per opportunità di lavoro che non esistono dove vive

Se sei un developer a Matera, un designer a Crotone, un product manager a Cuneo — il tuo lavoro non è lì. Ma grazie al remote, non devi trasferirti per farlo.

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Per stare vicino alla famiglia

Genitori che invecchiano. Figli che crescono. Il remote ti permette di esserci — non solo nel weekend, ma tutti i giorni.

Nessuna di queste persone ha uno zaino. Nessuna posta foto da Bali. Nessuna si definisce "nomade digitale". Eppure sono remote worker tanto quanto chi lavora da un'amaca. Forse di più — perché per loro il remote non è una fase, è una scelta di vita permanente.

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La spinta che manca

Ecco il paradosso. Questi remote worker "stanziali" avrebbero tanto bisogno di uscire dalla routine, di incontrare persone nuove, di vivere esperienze diverse. Ma non lo fanno. Perché?

Perché non hanno la spinta. Non hanno la motivazione del backpacker che si sveglia e dice "oggi vado in Vietnam". Non hanno l'abitudine di prenotare un volo e partire. Hanno una vita, delle responsabilità, un mutuo, un cane. Hanno le ferie limitate e le usano per andare al mare con la famiglia.

E poi: dove vai? Con chi? Le community di "nomadi digitali" parlano una lingua che non è la tua. I retreat di yoga non ti interessano. I coworking sono solo scrivanie. Non esiste niente per chi è come te: una persona normale che lavora da remoto e vorrebbe ogni tanto uscire dal guscio senza diventare un backpacker.

Non ti serve il coraggio di mollare tutto. Ti serve solo una settimana. Un posto. Un gruppo di persone come te.

L'Italia che non conosci

Questa è l'altra cosa che mi ha spinto a creare RemWork. Viviamo in Italia — probabilmente il paese più bello del mondo — e non lo viviamo. Conosciamo Roma, Firenze, le spiagge della Sardegna. Ma l'Italia vera, quella dei borghi, delle colline, dei caseifici di montagna, delle vigne nascoste, delle persone che fanno le cose con le mani — quella non la conosciamo.

Io sono tornato in Emilia, a Correggio, e ho scoperto che a mezz'ora da casa mia ci sono posti che farebbero impazzire qualsiasi americano o tedesco. Acetaie dove il balsamico invecchia da trent'anni. Caseifici dove aprono le forme di parmigiano all'alba. Colline dove puoi volare in mongolfiera. E nessuno li conosce.

Il bello del remote work è che ci ha permesso di vivere ovunque. Ma "ovunque" per molti di noi è diventato "sempre nello stesso posto". RemWork vuole cambiare questo — non trasformandoti in un nomade, ma dandoti una settimana, un posto, un gruppo di persone alla pari con cui scoprire le meraviglie che hai sotto casa e non hai mai visto.

RemWork non è per backpackers. È per chi lavora da remoto e vive una vita normale. Per chi ha bisogno di una spinta gentile, non di un biglietto di sola andata. Per chi vuole esperienze autentiche con persone vere — non avventure estreme con sconosciuti.

Una settimana. Si lavora al mattino, si vive il territorio al pomeriggio, si cena insieme la sera. Poi torni a casa con qualcosa che prima non avevi: connessioni reali e la sensazione di appartenere a qualcosa.

Non devi mollare tutto. Non devi comprare uno zaino. Non devi postare niente su Instagram. Devi solo decidere che quella settimana è per te.

Il resto lo organizziamo noi.

Non sei un backpacker.
Sei un remworker. E va benissimo così.

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